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NEW GENERATION LIFTING

NEW GENERATION LIFTING

DISTENDERE I TRATTI, RISOLLEVARE TESSUTI E RIEMPIRE VOLUMI. SONO GLI OBIETTIVI DEI NUOVI LIFTING PER IL VISO. METODICHE DOLCI E VELOCI CON FILI, PUNTI D’ANCORAGGIO E STRATEGIE COMBINATE DI CHIRURGIA E MEDICINA ESTETICA

imagine2007-08.jpgIn principio cera il lifting. Quello chirurgico, tecnicamente sofisticato, appannaggio di superspecialisti. Principe dell’intervento, il bisturi, “invitante, tagliente, splendido, splendente” recitava un motivo di Donatella Rettore, precursore del fortunato trend degli anni ’80. Da allora, un susseguirsi di rivoluzioni. Così, i timori circa l’entità dell’intervento, le sequele post-operatorie e spesso anche l’innaturalezza dei risultati, hanno trovato conforto nelle promesse delle nuove tecniche. Più delicate e meno invasive, con tempi di recupero più rapidi, cicatrici minime, o poco visibili, risultati più naturali, ma pur sempre efficaci. Il ‘face – lifting’ resta una metodica valida in certi casi, anche se oggi prevalgono tecniche ‘dolci’ e strategie combo’ a metà tra chirurgia plastica e medicina estetica.

L’EMOZIONE CHE RINGIOVANISCE

Un giorno, guardandosi allo specchio, si comincia a notare che col passare degli anni il sorriso diminuisce, i tratti si fanno più duri e severi, l’espressione del viso più seria e triste. È allora che le dita involontariamente vanno a riposizionare i tessuti per ritrovare l’armonia giovanile. “D’altronde, come lo stesso Konrad Lorenz sosteneva, la bellezza può essere definita come un’emozione associata a un desiderio di protezione. Per tal motivo la bellezza si ritrova in primis nelle forme infantili che, grazie alla dolcezza e rotondità. evocano tenerezza. L’obiettivo, quindi, è cercare di far riemergere i tratti infantili in un viso adulto. Ecco perché oggi, rispetto al passato, non si elimina semplicemente la pelle o il grasso in eccesso, ma si riempiono i vuoti e li si modificano, ottenendo effetti naturali che evocano la giovinezza”, afferma Eugenio Gandolfi, docente di chirurgia plastica all’Università di Siena, direttore del Polispecialitico San Giuseppe di Corno. L’incedere del tempo, poi, provoca una lenta ma inesorabile riduzione e riassorbimento della struttura ossea rispetto al tessuto cutaneo. Risultato? Il contenitore diventa troppo grande rispetto al contenuto. Una sproporzione ancora più evidente nella parte inferiore del volto, a causa della retrazione della mandibola e riduzione della struttura dentale. “Questo scivolamento in basso dei tessuti, causato anche dalla gravita, aggrava le iniziali alterazioni vascolari, metaboliche ed estetiche di un volto che si avvia verso la terza età. Riportare i tessuti nella loro migliore posizione, significa soprattutto rallentare i processi d’invecchiamento, migliorando l’irrorazione ossigenativa, diminuendo la stasi linfatica e la tossicità tessutale, riducendo i radicali liberi e le alterazioni ossidativi rivela Pier Antonio Bacai, docente di chirurgia estetica e flebolinfologia all’Università di Siena. Un risultato, dunque, con una valenza che va ben oltre il mero tenore estetico.

PIÙ DOLCE CON I FILI

Le tecniche per ‘liftare’ il volto sono varie. C’è il lifting tradizionale, un intervento cruento, che prevede un’ampia incisione e scollamento della cute, riposizionamento muscolare, drenaggio e sutura, indicato dai 50 anni in poi, oppure quando c’è un eccesso di cute da asportare. Poi, esistono metodiche ‘low impact’, tra cui il ‘mini lift’, ridotto nelle incisioni e nello scollamento, adatto per correzioni parziali, come eliminare le rughe perioculari, oppure il ‘lifting temporale’, con piccole incisioni tra i capelli e intorno all’orecchio, che corregge l’invecchiamento dello sguardo. Nonostante i risultati, in termini di luminosità e gioventù, oggi come oggi si tende a sostituire queste tecniche con strategie meno invasive e trattamenti combinati. La metodica attualmente in auge è il ‘suspension lift’: un riposizionamento dei tessuti con l’uso di particolari fili di sostegno, senza incisioni né scollamenti di tessuto. L’intervento coi fili è tutt’altro che funambolico, in quanto affonda le radici nel passato. Dalle strisce di nylon che nel 1956 Buttkewitz usava per correggere le pieghe naso-labiali, al filo di catgut (biologico e riassorbibile) che Galland e Clavier utilizzavano per elevare la pelle e fissarla a tendini o tessuti fibrosi, al ‘curi lift’ degli anni 70 di Guilleman, la tecnica madre delle future strategie di ringiovanimento coi fili. Nell’ultimo trentennio, poi, gli strumenti si sono ulteriormente perfezionati: dall’ago con due punte, che permetteva d’introdurre i fili senza incidere i tessuti, a un particolare tipo di sutura, a ‘borsa di tabacco’, che consentiva di aumentare i volumi e proiettare i tessuti, ai fili Aptos (anti-ptosis), duttili ma poco durevoli, infine a un particolare filo chirurgico ‘spinato’, di polipropilene non riassorbibile, con una fila di piccole e fitte spine disposte a spirale in modo unidirezionale. Nel proseguo, materiali e tecniche sono state combinate. Come nel caso del ‘T3 (Traction Threads Treatment) – Soft Face Lifting’, messo a punto da Bacci, “che consta di due sessioni chirurgiche mini invasive, in anestesia locale, in cui prima s’introducono i fili e poi si associa un lipofilling, che attiva il metabolismo tessutale, grazie alla spinta ormonale offerta dal tessuto grasso autologo e dalla nuova posizione dei tessuti ottenuta con i sostegni. Una metodica che può essere usata anche con patologie, come le correzioni di neurofibromi o in esiti di paralisi. Tra l’altro la tecnica, non invasiva, reversibile e senza complicazioni, è utilizzabile per viso, seno, braccia, glutei, addome, gambe e naso, in casi specifici. Comunque i fili, come sottolineo nel mio recente libro per il pubblico (La bellezza appesa a un filo, Minelli Editore), non sono la panacea per tutto. Di certo, hanno aperto una strada nuova in cui, trattamenti dermocosmetici integrati e ragionati insieme a interventi di chirurgia mini invasiva, possono correggere e rallentare la maggior parte delle patologie estetiche di viso e corpo”

LE ‘ANCORE’ DELLA BELLEZZA

Se l’innovazione dei materiali usati per il lifting coi fili va di pari passo con quella delle suture chirurgiche, per quanto riguarda i punti di ancoraggio, cui fissare i tessuti, la tecnica R.A.R.E. (Reverse And Repositioning Effect), presentata nel 2003 al congresso dell’Asaps (la società americana di chirurgia plastica ed estetica) di Boston dal chirurgo francese Besins, rimane un punto di approdo importante. “Ancora oggi. La tecnica rispecchia la tendenza della richiesta del mercato circa interventi meno invasivi e con un postoperatorio più semplice e veloce. La traduzione tecnica di tale esigenza è stata indentificare i punti che evitano lo spostamento di alcune strutture del viso che, per gravita, tendono a cedere. Così, studiando a ritroso il percorso dell’invecchiamento, si è arrivati a riancorare i tessuti a punti (come ad esempio il trago, lo zigomo o la zona retro-auricolare) di sostegno naturale. Il merito di R.A.R.E. sta nell’aver codificato la zona esatta in cui ancorare il tessuto, senza non più ‘tirarlo’ genericamente” spiega Giulio Basoccu, docente di chirurgia plastica all’Università La Sapienza di Roma, precisando che “nel futuro ci sarà un approfondimento del posizionamento delle strutture da riancorare e della direzione dei cedimenti, nonché l’incremento delle perfomance dei fili di sutura, in termini di capacità tensile e riassorbibilità” Ne è un esempio l’endosutura Silhouette Lift, messa a punto dall’inventore della tecnica endoscopica in chirurgia plastica, l’americano Nicanor Isse dell’Ucla (l’Università di Los Angeles, California). Le sue punte d’ancoraggio non sono piccoli ganci o dentini (come nelle precedenti versioni di fili chirurgici), ma minuscoli e morbidi coni, realizzati con acido lattico (82%) e glicolico (18%), posti a distanza predeterminata tramite nodini su un filo di polipropilene, materiale inerte e biologicamente stabile. “I coni vengono riassorbiti nel tempo (circa 9 mesi) e inducono nei tessuti una reazione fibrosa (garanzia di una migliore tenuta dell’impianto) maggiore rispetto ai ‘vecchi’ fili, in grado di evitare lo scollamento dei tessuti (per ottenere una fibrosi maggiore) tipico dei fili ‘tradizionali’. Queste suture sono indicate per affrontare i cedimenti cutanei moderati della parte centrale e del terzo inferiore del viso, mentre se i tessuti sono sovrabbondanti, la prescrizione resta il lifting classico. La loro morbidezza e tenuta lì rendono adatti anche a risollevare i cedimenti del collo” sostiene Gandolfi.

STRATEGIE INTEGRATE

Combinare diverse tecniche, modulandole in modo personalizzato, secondo il problema e risultato desiderato. Ecco il plus di ‘Forever Lifting’, la metodica proposta dal Polispecialistico San Giuseppe di Corno, espressione del trend emergente, che può essere effettuata e ripetuta in qualsiasi momento, senza cicatrici o perdita della naturalezza della fisionomia. Il protocollo associa più strumenti estetico-chirurgici. Oltre a Silhouette Lift, c’è l’utilizzo del botulino, usato non più per paralizzare completamente il muscolo ma, iniettato in dosi minime, per sollevare’ i punti strategici. Che oggi si ampliano: non solo la parte alta del volto (fronte e zona oculare), ma anche il terzo inferiore (zona periorale e mentoniera), il terzo medio (piega nasogeniena e rughe del naso), infine il collo, inoculando il platisma. Per ritrovare l’antico turgore, poi, si ripristinano i volumi con la lipostruttura: il prelievo di tessuto adiposo da zone del corpo, come addome, ginocchia o glutei. Grasso che, filtrato e purificato da una centrifuga, è poi iniettato nelle zone che necessitano. In alternativa, si può usare un nuovo acido jaluronico, della famiglia dei filler Nasha (acido jaluronico non animale stabilizzato), il Sub Q che, grazie alle sue macromolecole, si assorbe in tempi lunghi ed è ideale per aumentare gli zigomi, ridisegnare e aumentare il volume delle labbra, rendere la mandibola più conformata e il mento prominente, ripristinare i volumi perduti delle guance e della zona mentoniera, alzare il sopracciglio e, in certi casi, persino modellare la forma del naso. Infine, è allo studio l’impiego delle cellule staminali per la rivitalizzazione. “Oggi il trapianto di grasso si opera con cellule in grado di migliorare la cute e i tessuti sottostanti. In particolare, stiamo sperimentando l’impiego della tecnologia Fraxel, con fototermolisi frazionale, insieme al trapianto di grasso per ottimizzare gli esiti” annuncia Gandolfi. Il Fraxel ringiovanisce la superficie cutanea meglio di un peeling chimico o di un laser con lunghe convalescenze e arrossamenti. Produce, infatti, minuscole ma profonde lesioni microtermiche che, passando oltre lo strato corneo, arrivano al di sotto degli strati superficiali dell’epidermide, che restano intatti. Dopo 24 ore dal trattamento, l’epidermide si ricostituisce integralmente: la matrice extracellulare danneggiata dalle minuscule lesioni viene rimpiazzata da nuove fibre di collagene, elastina e acido ialuronico, generati dai fibroblasti alla periferia della microzona di impatto del laser. In particolare l’ultimo modello, SR1500, migliora la qualità della pelle danneggiata da photo e crono- invecchiamento, eliminando macchie, cloasma, cicatrici da acne, rughe superficiali. “In sostanza, pur non essendo un laser ablativo, Fraxel offre i risultati di un ‘skin resurfacing’, però senza convalescenza, lunghi tempi di recupero e rischi annessi, tra cui ipopigmentazioni o cicatrici da spot” chiosa Gandolfi.

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